In una mattinata di martedì, mentre tutti lavorano o sono a scuola, grato ai numeri della mia età che alle mie passeggiate liberano ogni tempo e ogni itinerario, sono sceso da un autobus sulla via Appia antica nei pressi del Circo di Massenzio. C’è un cielo di piombo, ma senza pioggia, solo qualche goccia. Sulla via si incontrano persone che vanno frettolose con i loro cani. Passa anche qualche raro ciclista. C’è silenzio, lo stesso silenzio dei nostri cimiteri.
Non volevo andare sull’Appia Antica, la sapevo una strada piena di sepolcri, una via di morti. Ma è accaduto come per la necropoli di Porto. Molto presto sono avvolto da un’atmosfera che è quella dell’”antico”, un’atmosfera al cui fascino non ci si può sottrarre. Ai lati della strada tra i resti dei sepolcri scorgo gli ingressi di prestigiose ville, precedute da lunghi viali alberati. Ad uno di questi ingressi conduce addirittura un tratto del basolato stradale romano, che si stacca perpendicolarmente dall’Appia e scompare al di là di quel cancello privato. Penso che la gente che abita qui ha già con sé, come i morti, il silenzio e le tombe del camposanto. Sulle pietre laviche dei basoli romani non è agevole camminare. Bisogna tenere basso il capo e fare attenzione a non inciampare. Distinguo sulla sede stradale i diritti segni lasciati dell’antico passaggio di pesanti carri. Nei tratti fangosi mi vengono in mente i calcei, le scarpe chiuse che i Romani toglievano appena tornati a casa. Salgo sulle alte crepidines, i marciapiedi. Lì non il fango non arriva, forse è per questo che sono più alti della sede stradale riservata ai carri. Mi accompagna sempre un leggero soffio di vento. Ricordo che gli antichi greci chiamavano ànemos il vento e immagino che le anime dei sepolti mi si sono messe accanto. Devo tornare un’altra volta in questo luogo per vedere se quel soffio c’è sempre. Su quella strada, una via consolare costruita trecento anni prima dell’avvento di Cristo, diretta prima a Capua e poi a Brindisi, non c’erano solo tombe. Quanti soldati sono passati come me su questa antica via! Provo ad immaginare il loro passo cadenzato e le altre antiche sonorità del luogo. La strada doveva essere piena del vociare dei legionari e del rumoroso rullio dei pesanti carri da guerra che si muovevano fiancheggiati da superbe tombe e mausolei. Probabilmente alla notizia del rientro delle legioni il traffico quotidiano dei carri sulla strada veniva dirottato nel tratto più vicino a Roma per far passare i soldati diretti all’Urbe, dove era preparato il trionfo militare autorizzato dal Senato. Mi chiedo cosa pensavano quei soldati sfilando accanto alle grandi tombe che si innalzavano ai lati del loro cammino. Forse consoli e centurioni maturavano propositi di edificarne una per la loro famiglia. Ma i meno abbienti legionari dovevano avere il pensiero unicamente al loro ritorno in città. All’approssimarsi della città, al riconoscere i luoghi caratteristici del paesaggio in una contagiosa e dilagante allegria le voci dovevano farsi più vibranti e concitate, e di tanto in tanto dovevano udirsi le loro forti risate. Con loro dovevano esserci sicuramente dei prigionieri. Per motivi di sicurezza li facevano probabilmente camminare forse incatenati tra loro in mezzo a due gruppi di legionari,. Da Brindisi arrivavano quelli catturati in Grecia, in Medio Oriente, in Illiria, dall’altra sponda dell’Adriatico. Mi viene in mente che i nomi di Serbia e Jugoslavia evocano i luoghi di provenienza di prigionieri da trasformare in schiavi, servi da tenere sub iugo, sotto il giogo servile ed ex clave, sotto chiave. Forse alcuni all’inizio si lamentavano, protestavano e forse venivano frustati perché tacessero. Ma in quelle poche miglia che ancora li separavano da Roma tutti i prigionieri certamente tacevano e si interrogavano drammaticamente sul loro destino. Ai loro capi la soldataglia romana doveva aver già spietatamente annunciato una triste fine. Avevano parlato loro delle scale tra il Foro e il Campidoglio. Quelle scale sono dette Gemoniae per i gemiti che là si possono udire, provenienti dal vicino carcere Tulliano e dovuti al supplizio dei capi nemici condannati a morte. Per chi ha comandato i nemici di Roma c’è il laccio strangolatore del boia e il suo cadavere viene poi esposto su degli uncini in quelle scale. Gli altri verranno venduti come schiavi. Mi soffermo più volte a leggere quel che resta lungo la strada delle iscrizioni funerarie. Quella “L” significa liberto, schiavo liberato ed è preceduta dall’iniziale del nome del padrone. Quante “L” ho letto! Quasi tutte le epigrafi superstiti riguardano schiavi affrancati. Si riconoscono anche dal nome greco e orientale. Nelle iscrizioni si legge che alcuni sono stati affrancati da donne. Quanti prigionieri, quanti schiavi! Passano rare le auto, ma ne viene talmente infranta quella quiete antica, che sembrano numerose. Al passaggio di una di esse vedo una luce accendersi intermittente sul cancello di una villa che si apre all’ordine del telecomando azionato dall’interno della vettura. Vita elettronica nel paesaggio antico.
Sono arrivato alla tomba dei Quintili, anch’essi due liberti, sono più di due ore che cammino e comincio a pensare di abbandonare l’antica via. Quasi a trattenermi sul posto il vento si fa più forte e comincia anche a piovigginare. Vedo proseguire il rettilineo dell’Appia antica oltre la via Torricola, frequentata da un intenso traffico automobilistico. L’antica via raggiungerà il Grande Raccordo Anulare fino ai Colli Albani. All’avvicinarsi dell’incrocio stradale sento d’improvviso spegnersi tutto l’incanto di quell’antica atmosfera. Ci sono auto che sostano vicino alla via consolare, noto delle persone sulla strada. Sono donne di colore. Penso subito che molte donne così sono di sicuro passate anticamente per questa strada tra i prigionieri nemici. Dall’alto di un tumulo sepolcrale dove è seduta, un’africana affida unicamente ad un efficace gesto del braccio una proposta di prestazioni personali. Scuoto il capo in segno di diniego e mi avventuro sotto il mio ombrello alla ricerca di un mezzo pubblico che mi riporti in città. Domenico Augenti
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