“verginitas non tota tuast, ex parte parentumst…” (La verginità non è tutta quanta tua, in parte è anche dei tuoi genitori…) Catullo, 62, 62-64
Diventano sacerdotesse Vestali le bambine di un’età compresa tra i sei e i dieci anni sottratte dal pontefice alla potestà paterna per essere destinate a un trentennio di pratiche sacerdotali con obbligo di castità da rispettare rigorosamente, pena la morte.
Aveva festeggiato da poco i suoi nove anni.(1) La casa si era riempita di gente importante. C’erano anche dei pontefici. Suo padre, un nobile romano, aveva invitato molti suoi amici. Dopo qualche giorno nell’atrio della casa si era radunata una piccola folla, che il padre aveva ricevuto con tutti gli onori. Lei era andata a curiosare. C’erano alcuni sacerdoti, quelli che aveva visto alla sua festa, con altri dignitari in toga e con il medico di famiglia. Suo padre le aveva fatto cenno di ritirarsi. Poco dopo sua madre era venuta a trovarla nella sua stanzetta con un’aria triste e gli occhi gonfi di pianto.(2) Le parlava di cose che lei non capiva. Le ricordava di quando padre Romolo aveva fondato la città e invocato la dea Vesta.(3) Poi esaltava la purezza del fuoco. Si era mai chiesta lei perché nell’uscire e nel rientrare in casa il primo pensiero dei genitori era quello di compiere davanti al focolare atti di omaggio e devozione? Oppure perché non era lecito scaldarsi i piedi al focolare? (4) E come interpretava lei quel silenzio di ogni sera prima di cena, che durava fin quando lo schiavo, gettate le primizie del pasto nel fuoco, annunciava che gli dèi erano propizi? (5) Lei era troppo bambina per porsi questi interrogativi ed era rimasta a guardarla sorpresa quando le aveva detto che desiderava vederla al più presto vestita come una sposa, ma che non la voleva sottomessa a nessun marito. Le ripeteva che lei era diversa dalle altre e che tutti in città l’avrebbero ammirata vedendola scortata dai littori, come una persona importante.(6) Ma qui la voce di sua madre aveva tradito un’improvvisa commozione e allora aveva troncato ogni dire, aveva preso la sua manina e l’aveva accompagnata nella sala, dai pontefici. Quelli le avevano fatto a bassa voce tante domande su quanto aveva imparato a scuola. Lei rispondeva con orgoglio e sicurezza, ma aveva l’impressione che quei severi sacerdoti fossero più attenti al suo modo di parlare, che a quello che diceva. (7) I suoi, quando quelli se n’erano andati, le erano corsi premurosamente accanto. L’abbracciavano forte commossi e la baciavano in lacrime, le annunciavano che sarebbe presto diventata una grande sacerdotessa, una Vestale di Roma. Poi in casa erano venute a trovarla tutte insieme le sue compagne di scuola e si complimentavano e si raccomandavano di ricordarsi di loro da sacerdotessa. Sua madre le continuava a ripetere che non l’avrebbe mai abbandonata. Lei era frastornata, ma anche felice e curiosa, attratta dall’avventura del grande cambiamento che stava per verificarsi nella sua vita. Com’era emozionata quel giorno solenne accanto a suo padre! Cesare in persona, (8) nella veste di Pontefice Massimo, le venne incontro con la mano tesa a prendere la sua, ancora teneramente stretta in quella del padre. Era quello il momento sacro della sua cattura, l’atto con cui il sommo sacerdote la toglieva alla potestà di suo padre. Il Pontefice aveva alzato gli occhi al cielo e pronunciato la sacra, antichissima formula “Ti prendo, amata, perché tu compia i sacri riti, che secondo il diritto, una sacerdotessa Vestale deve compiere per i Quiriti a vantaggio del popolo romano, secondo quella che fu un’ottima legge.” (9) Ad accoglierla nel Foro, al suo ingresso nella Casa delle Vestali, c’era una folla di curiosi ed i pontefici con canti, preghiere e formule solenni. (10) Le avevano tolto il piccolo prezioso diadema, dono del suo compleanno e l’avevano pettinata in quel modo speciale detto sex crines, in cui si pettina una sposa per il giorno delle nozze.
“senis crinibus nubentes ornantur, quod is ornatus vetustissimus fuit…” (Le spose si ornano con sei ciocche, un’acconciatura antichissima) Festo, 339 M.
Era l’acconciatura delle sei trecce che si uniscono tra loro e si avvolgono in alto sul capo in un cono, chiamato tutulus. Ma nei capelli avevano infilato spesse bende di lana, il segno distintivo di una matrona. (11) Le avevano coperto il capo con un velo candido e le avevano fatto indossare una lunga stola, proprio come una donna sposata. (12) L’imperatore le aveva detto solo poche parole. Soprattutto che doveva andare molto orgogliosa di essere diventata una sacerdotessa di Vesta. Furono i pontefici e la grande Vestale a dirle il resto. Che sarebbe restata per molto tempo nella Casa della dea, (13) quali erano i suoi compiti lì dentro, (14) quali i suoi privilegi, tra cui quello di potere liberamente disporre dei suoi beni, come non poteva nessuna fanciulla e nessuna matrona. (15) Veniva continuamente ammonita sul supremo dovere di rimanere vergine, pura come Vesta, una dea che altro non era che fuoco (16), pùr, come lo chiamano i greci. Un obbligo, quello della verginità, da non violare mai. Divenuta sposa per il Pontefice Massimo e madre per il popolo romano, ogni suo rapporto sessuale era giudicato un incesto, un gravissimo delitto da punire con la morte. (17) Per dieci lunghi anni l’avevano addestrata a vigilare giorno e notte sul fuoco della dea, a tostare, frantumare e macinare il farro, (18) a usare il coltello sacrificale. (19) Ma era soprattutto sull’obbligo di castità che insistevano e ammonivano. All’inizio queste minacce le davano solo noia. Più tardi, quando non più bambina sentiva crescere il richiamo di Venere, le erano diventate insopportabili e opprimenti. Pure si era fatta forza. Da quel convento, da quella clausura sarebbe alla fine sortita. (20) Cominciava dopo dieci anni di sacerdozio a celebrare i riti. Una volta, durante la cerimonia dell’accensione del nuovo fuoco alle calende di Marzo, (21) si era distratta e per poco il fuoco non si spegneva. Dopo il rito era arrivato il castigo: l’avevano spogliata completamente e al buio dietro un velo il pontefice l’aveva battuta più volte con la verga. (22) Quella notte per il dolore non aveva dormito. Era andata con tanta nostalgia alla sua casa, aveva sommessamente invocato la sua mamma. Nei riti della Bona Dea e dei Vestalia (23) sua madre veniva sempre. Davanti al tempio con le altre matrone non aveva occhi che per la sua bambina. In quelle occasioni dopo il rito si incontrava con alcune sue compagne di scuola, tutte ormai matrone e insieme rievocavano i vecchi tempi. Poi le amiche raccontavano tante cose della loro vita, dei loro figli. Nella Casa della Dea, l’Atrium Vestae, aveva fatto amicizia con le sacerdotesse della sua età. In quel convento aveva anche assistito a scene strazianti. Per ben due volte il giardino si era riempito del vociare di pretoriani e pontefici e delle altissime grida di sacerdotesse, mandate a morte perché accusate di avere violato il voto di verginità. La prima volta le guardie erano venute a prendere le due sorelle Oculate e la seconda volta la sua cara amica Varronilla. (24) Finalmente era diventata Vestale Massima. Dentro di sé avvertiva una grande serenità, all’esterno aveva modi pacati e solenni, come si addiceva al suo sacro ruolo. Con il Pontefice Massimo i contatti erano più frequenti. Lo vedeva in ogni importante manifestazione pubblica, quando celebrava i riti solenni, (25) all’anfiteatro, (26)nei trionfi. Una volta all’anno un antichissimo rito prescriveva addirittura di imporre perentoriamente all’imperatore di vigilare su tutti. (27) Le voci raccolte nel Foro non portavano buone notizie sull’andamento delle operazioni belliche. Si sapeva che la guerra con i Daci e i Catti (28) aveva esiti alterni. Cesare le chiedeva preghiere e sacrifici. C’era stata qualche vittoria delle armi romane e subito al collegio delle Vestali era stato ordinato di presenziare a due trionfi dei vincitori. Poi, dopo una battaglia finita con una disastrosa sconfitta, la falsa e infamante accusa contro di lei. Quella volta si era saputa difendere e il Pontefice Massimo, forse non dimentico di essere stato da lei assecondato in tante occasioni, l’aveva assolta. Ma poi c’era stata un’altra più grave disfatta delle legioni romane. E allora si era tornati a sospettare di lei. Si mormorava che se gli dèi non proteggevano più le armi romane era per colpa della Grande Vestale, incapace ormai di ottenere con le sue preghiere il favore divino per aver perduto l’originaria purezza. (29) La si accusava di avere avuto più di un amante. Si sparlava di rapporti con il cavaliere Celere e di una relazione con il senatore Liciniano. (30) Lei era al corrente di queste maldicenze ed era pronta a far cadere con le prove quelle turpi menzogne. Un richiamo ufficiale del Pontefice non le arrivava, ma le calunnie del popolino crescevano. Un giorno un suo informatore venne ad avvisarla che i pontefici erano stati improvvisamente convocati da Cesare nella sua villa privata di Alba. Lei manteneva la calma. Sicura del fatto suo, attendeva fiduciosa di essere interrogata. Ma una mattina il cortile era stato invaso dalle guardie e uno dei pontefici era venuto ad informarla ufficialmente che Liciniano aveva confessato tutto, e che in quel momento nel Foro stavano flagellando a morte Celere, che continuava a proclamarsi innocente. L’imperatore non aveva ritenuto di doverla interrogare e aveva decretato che per lei venisse ripristinata l’esemplare condanna della Vestale incesta adottata dagli antichi costumi degli antenati. Erano venuti a prenderla per procedere al solenne rito di espiazione. Lei aveva sollevato alte le mani al cielo e aveva urlato con tutta la sua forza a Vesta e agli dèi la sua innocenza. Poi aveva gridato a pontefici e pretoriani: “Cesare mi giudica impura, ma non si ricorda che grazie ai miei sacri riti ha vinto ed ha trionfato!” Le guardie allora, secondo l’antichissimo rito di Numa, l’avevano imbavagliata, strettamente legata con cinghie di cuoio e rinchiusa all’interno della lettiga. Poi si era formato il corteo funebre della vivente, scortato dalle guardie e seguito dai pontefici e dalle Vestali che accompagnavano la colpevole, ormai socialmente già morta. Questa tragedia stava rivivendo Cornelia, la Vestale Massima nell’oscurità traballante della portantina, che saliva lentamente al Quirinale diretta al Campo Scellerato. (31) Da fuori le giungeva solo il mesto mormorio delle preci dei pontefici. Poi il corteo si arrestò. Qualcuno aveva scostato le tendine e lei poté vedere il Pontefice recitare preghiere segrete ed alzare al cielo le palme, come vuole l’antichissimo rito di Numa. La liberarono del bavaglio, le sciolsero i legami di cuoio, le fu coperto il capo e fu fatta uscire dalla lettiga. A quel punto tutti i sacerdoti, secondo il rituale, le volsero le spalle. Poi il Pontefice Massimo l’accompagnò alla scala che portava alla stanza sotterranea. Lei procedeva muta e altera. Prese a scendere, ma ai primi gradini la lunga stola matronale si impigliò e quasi cadeva. Il carnefice volle aiutarla e le tese lesto una mano. Ma lei si ritrasse subito da lui sdegnata. E gli lanciò uno sguardo terribile che pareva dire: come ti permetti di accostarti ad una Vestale? Come osi toccare la più pura delle donne romane? (32) Raggiunse presto il sotterraneo. Ritirarono la scala e sulla pesante pietra tombale gettarono molta terra. (33)
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Note - 1 Le Vestali non possono essere scelte tra fanciulle che abbiano già compiuto i dieci anni, Gellio, I, 12, 3. Ci si è chiesto se ciò non avvenga perché oltre quella età una bambina rischia già di restare preda della lubricità maschile (Néraudau, op.cit., p.260, n.31). - 2 I nobili non sempre sono disposti ad avviare le proprie figlie al sacerdozio di Vesta (D. Cassio, LV, 22, 5) - 3 Ovidio, Fasti, VI, 827-828 - 4 Catone, De agri cult., 2; R. Del Ponte, La religione dei Romani, Rusconi, Milano, 1992, p.58. - 5 Servio, Ad Aen., I, 730 - 6 Plutarco, Numa, 10, 6. Per altri privilegi vedi J. Scheid, Indispensabili straniere in Duby e Perrot, Storia delle donne. L’antichità, cit. p.432. - 7 Una Vestale non deve presentare difetti di pronuncia, né scarso udito, né altri difetti fisici (Gellio, I, 12, 2-3) - 8 Come tutti gli imperatori, Domiziano viene chiamato “Cesare” - 9 Gellio, I, 12, 16 - 10 Gellio, I, 12, 9-10 - 11 “…crinales vittae, quae solum matronarum erant”, Servio, Ad Aen., VII, 403. Le bende sacre delle Vestali sono dette infulae - 12 Varrone, De L. lat., 7, 44; C. Barini, op.cit., p.27. Sulla figura ambigua della Vestale, che è insieme fanciulla e matrona e possiede nel contempo gli stessi privilegi attribuiti a un uomo, vedi J. Scheid, Indispensabili straniere cit., p.430; A. Fraschetti, Claudia la Vestale in Roma al femminile, Laterza, Bari, 1994, p.13 - 13 Vi dovrà restare per trenta anni: dieci per apprendere i riti, dieci per celebrarli e dieci per insegnarli (Plutarco, Numa, 10, 2; Dionigi di Al. II, 67, 2 - 14 Primo fra tutti quello di vigilare che il sacro fuoco di Vesta resti sempre acceso. Lo spegnersi del fuoco sacro, simbolo dell’Urbe sarebbe stato il più funesto dei presagi. Le Vestali hanno anche il compito di custodire gli oggetti impiegati in altre cerimonie, come le ceneri ottenute nella festa dei Fordicidia e usate nelle celebrazioni dei Parilia e alcuni segreti simboli dello stato romano, inaccessibili a tutti, salvo che a queste sacerdotesse e al Pontefice Massimo (Plutarco, Numa, 15). Tra questi c’è il Palladio, che Enea aveva salvato dall’incendio di Troia (A. Invernizzi, Il Calendario, Quasar, Roma, 1994, p. 69) - 15 Plutarco, Numa, 10, 5. Una vestale può fare testamento, anche se il padre è vivente e può compiere atti patrimoniali sui propri beni senza l’assistenza di un tutore, Gellio, I, 12, 9; VII, 7, 2.) fa derivare il privilegio attribuito alle Vestali di sottrarsi alla potestà paterna e al tutore e di poter disporre liberamente dei propri beni deriverebbe loro dallo stato di vergini, poste come tali a uno stadio intermedio tra femminilità e mascolinità (Dumezil, La religion romaine archaique, Payot, Paris, 1966. p.501). Se una Vestale, senza volerlo, incontra per la strada un condannato a morte, lo manda graziato (Plutarco, Numa, 10, 6). 16 Ovidio, Fasti, VI, 291; 295-298 – 17 Plutarco, Numa, 10, 2; Dionigi di Al., II, 67, 4. La vestale che viola il voto di castità è detta incesta. - 18 Con la lavorazione del farro si produce la mola, farina rituale, che diviene salsa per l’aggiunta di sale cotto e grezzo (De Cazanove, Commento alle Bucoliche di Servio, 8, 82). La mola salsa si cosparge sugli animali da condurre al sacrificio (donde il termine “immolare”) - 19 Le Vestali hanno diritto al coltello sacrificale, secespita, negato ad altre sacerdotesse, ma non si conoscono altri sacrifici in cui ad esse sia dato di operare direttamente macelleria rituale. Anche nel rito cruento dei Fordicidia esse intervengono solo nell’ultima fase del sacrificio per bruciare una parte della vittima, che viene loro consegnata dal sacrificante (J. Scheid, op.cit., p.431) - 20 Uscita dal sacerdozio trentennale, una Vestale può sposarsi, ma sembra che molte di esse a quel punto cadano in uno stato di depressione e che muoiano quasi tutte nubili (Plutarco, Numa, 10, 4) - 21 Il primo marzo viene periodicamente rinnovata l’accensione del fuoco perenne di Roma con lo sfregamento di legni degli alberi di buon augurio, arbores felices, come la quercia, il leccio, il sughero, il faggio, ecc. (Macrobio, III, 20, 2) o con la rifrazione di un raggio solare (Plutarco, Numa, 9, 12 e 14). In questo modo il fuoco di Vesta è sempre “nuovo” perché direttamente preso dalla fiamma pura ed incontaminata del sole (Del Ponte, op.cit., p.58). - 22 Plutarco, Numa, 10, 7. - 23 Alla cerimonia notturna e segreta della Bona Dea nel primo giorno di maggio partecipano le matres familiae più importanti, coadiuvate dalla Vestale Massima (Cicerone, De legibus, II, 21). Nelle feste di Vesta, che durano dal 9 al 15 giugno, il tempio rotondo della dea viene aperto al culto pubblico. - 24 Svetonio, Domiziano, 8. A queste sacerdotesse Domiziano lascia la scelta del modo di morire. In tutta l’età romana si registrano tredici casi di Vestali sotterrate vive, da Oppia nel 483 a.C. fino a P. Rufina nel 213 d.C. (J. Prieur, La morte nell’antica Roma, ECIG, Genova, 1991, p.53). - 25 Tra gli altri solenni riti che richiedono l’intervento delle Vestali: i Lupercalia del 15 febbraio, i Fordicidia del 15 aprile, i Parilia del 21 aprile, la processione degli Argei nella prima quindicina di giugno, i sacrifici per la festa di Giove Ottimo Massimo del 13 settembre, ecc. (G.Vaccai, Le feste di Roma antica, Ed. Mediterranee, Roma, 1986) - 26 Prudenzio, Contra Symmachum, 1090-1130 - 27 La formula indirizzata al rex sacrorum quale successore dell’arcaico re-monarca è “Vigilasne rex? Vigila!” (O Re, hai vigilato? Vigila!, Servio, Eneide, X, 228). - 28 Irriducibili popolazioni germaniche della regione tra il Reno e la Selva Nera. - 29 Si crede che l’efficacia delle preghiere sia in intima relazione con la castità delle Vestali (G.Vitali, Traduzione e note alle Epistole di Plinio, Zanichelli, Bologna, 1972, p.327, n.22) - 30 Plinio, Ep., IV, 11 - 31 Così è chiamato il luogo, dove avvengono queste macabre esecuzioni, sito nei pressi dell’antica Porta Collina, all’interno e non più all’esterno della città, grazie al carattere sacro di chi viene seppellito (Plutarco, Numa, 10, 8). Il Campo Scellerato è stato localizzato tra le moderne Via XX Settembre e Via Goito, sotto l’attuale Ministero del Tesoro. - 32 Plinio, Ep., IV, 11. - 33 Plutarco, Numa, 10, 13. Nella stanza sotterranea doveva esserci un giaciglio con delle coperte, una lucerna accesa, delle provviste come pane, acqua, latte e olio (Plutarco, Numa, 10, 9, nella traduzione di M. Manfredini e L. Piccirilli, Mondadori, Milano, 1980, pp.145 ss.). |